L’inquilino del terzo piano – Per riscoprire Polanski

Roman Polanski rappresenta un bel pezzo della storia del cinema, ha sempre avuto un suo sguardo del mondo che poi ha riversato nei suoi film, film che sono quasi tutti capolavori intramontabili spaziando tra più generi diversi così da dimostrare, oltre ad un’immensa tecnica e sensibilità di approccio, anche una grande versatilità propria a solo i grandi della Storia.

Roman Polanski ha vissuto una vita difficile, nella sua infanzia vide la madre deportata dai nazisti mentre abitava nel ghetto di Cracovia, non propriamente hollywood. La discriminazione il regista l’ha vissuta sulla sue pelle, il protagonista de L’inquilino del terzo piano è proprio un discriminato, nel piccolo micro mondo del condominio francese Trelkowski, interpretato dallo stesso Polanski, è uno straniero e tale condizione gli viene ribadita più volte dai vari inquilini che lo vesseranno in tutti i modi. Angherie e cattiverie il condominio come il mondo che ha vissuto il regista nella sua infanzia, come una sorta di ghetto, scene tranquille e placide si alternano a visioni terrorizzanti in cui la paura proviene dal’atavico timore del buio e del mistero che contribuiscono a plasmare il mondo in cui il protagonista si aggira sempre più orrido, terrificante e straniante.

Il mostro non è ben chiaro se provenga da fuori o da dentro, le immagini che si susseguono rimangono sempre in equilibrio tra la dimensione onirica ed il reale, non sempre è chiaro se Trelkowski sia cosciente oppure immerso in un incubo, sempre più spesso via via che ci si avvicina all’ermetico finale il regista forse chiarisce che molte delle aberrazioni mostrate nelle scene precedenti sono frutto della malattia del protagonista ma nulla è chiaro ed il sopraccitato finale rimane criptico e sibillino. Non si deve però aspettare un finale -passatemi il termine- alla Inception di Christopher Nolan in cui le interpretazioni sono due, bianco o nero; la narrazione di Polanski è fumosa a tal punto che nel finale ci sta tutto l’iride di letture, ed infondo è giusto così. Le sensazioni la devono far da padrone in questo cinema, la narrazione si può perdere se si acquistano i brividi e le emozioni forti de L’inquilino del terzo piano, la realtà vera passa in secondo piano quando si guarda l’abisso di Polanski fatto di personaggi sempre descritti a metà di cui in fondo in fondo lo spettatore non conosce nulla, come del protagonista stesso che appare dal nulla una mattina parigina e bussa al portone di quel maledetto condominio oppure della precedente inquilina del terzo piano anch’essa unica marziana sulla faccia della terra con nessun legale che la tiene ancorata alla realtà se non la sua amica stella, interpretata dalla bellissima Isabelle Adjani.

L’inquilino del terzo piano è forse il suo film più enigmatico del maestro francese, un calderone in cui la poetica Polanskiana si mescola e prende forme innumerevoli e sempre cangianti, la cripticità della semplice trama nasconde risvolti interpretativi molteplici ora complementari ora discordanti e che si escludono l’un al’altro, ma tutto ciò era contemplato dal regista e la bellezza di questo cinema sta proprio in ciò, non c’è risposta giusta o sbagliata a tutte le domande che vengono poste nella pellicola, come nella filmografia di David Lynch quello che conta davvero sono le sensazioni che il viaggio provoca e non l’arrivo al finale rivelatore in cui tutti i nodi vengono sciolti.

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